Dicono di me

Foto di Riccardo Corsini

Nel corso di questi anni di attività fotografica amatoriale ho organizzato varie mostre personali e partecipato ad esposizioni collettive, nei cui ambiti ho incontrato ed interloquito con numerosi fotografi, critici, cultori di arte, persone appassionate, gente comune.
E’ forse questo uno degli aspetti più belli quando si coltiva una passione, l’incontro con persone che condividono con te interessi in qualche modo artistici ti gratifica per il lavoro che si fa nell’allestimento di una esposizione, per quanto di non grandi dimensioni e pretese.
Incontrare tante persone e chiedere loro di lasciare qualche riga scritta con le impressioni sulla mia fotografia è stato un tutt’uno e fortunatamente ho trovato sempre persone disponibili e appassionate.
Di seguito riporto una raccolta di brevi testi, la maggior parte dei quali vergati in occasione di mie mostre.
Se volete conoscere qualcosa di più della mia fotografia il consiglio che vi do è di dedicare qualche minuto alla lettura dei testi che seguono.
Posso confessare che a me è servito molto, non tanto e non solo come gratificazione per le belle parole spese a mio favore, quanto per il fatto che le reazioni ed i commenti degli altri ti danno una visione “terza” delle immagini, una visione direi asettica, ripulita da quel sentimento che lega ogni autore ad una sua fotografia/quadro/poesia o altra forma espressiva; quel sentimento che normalmente conferma il vecchio detto per cui “ogni scarrafone è bello a mamma sua…”.
Ringrazio gli autori di questi scritti e ringrazio voi per il tempo che mi vorrete dedicare; e se volete in fondo ad ogni pagina di immagine c’è uno spazio per lasciare un commento, utilizzateli se volete.


Foto Diego Cafasi

Carlo Emanuele Bugatti – Direttore Museo Arte Moderna e Fotografia Senigallia – “… una Ancona di silenzi e solitudini, di brucianti luci estive ed oblique sferzate di bore invernali …”
Claudio Desideri – Giornalista – “… Le foto di Sauro Marini hanno il potere di dare vita alla plasticità dell’architettura cittadina …”
Cristina Gioacchini – Giornalista – “… ad evidenziare l’altra faccia del tutto, il lato nascosto, quello che esce dalla consuetudine …”
Antonio Luccarini – già Assessore alla Cultura del Comune di Ancona – “… una atmosfera in parte misteriosa come in uno stato di sospensione …”
Alvaro Poggiani – Fotografo – “… sono immagini, quelle di Sauro Marini, che conserveremo a lungo nella nostra memoria e che ci aiuteranno finalmente a vedere …”
Fabio Mariano – Docente universitario, studioso di storia dell’architettura e della città – “… immagini che si fanno conoscenza e poesia …”
Giovanna Griffo – Fotografa – “… basta inclinare la mente per scoprire altri mondi dentro quelli reali …”
Massimo Lucinato – Fotografo – “… come se quei micro-luoghi fossero in aspettativa immobile di un ulteriore, sfuggente ‘qualcosa’ …”


Carlo Emanuele BugattiDirettore Museo Arte Moderna e Fotografia Senigallia
Il filone principale cui si indirizza la fotografia di Sauro Marini è quello della sua città, Ancona, di cui egli è stato ed è, per tradizione familiare, un cantore in versi dialettali.
Nelle fotografie la poetica di Sauro Marini non ha, però, nè inflessioni linguistche, nè tenui soluzioni ludiche.
La città, che appare nelle sue immagini, lascia risaltare i particolari severi delle architetture locali nel sovrapporsi lento e progressivo delle culture e delle estetiche, dal romanico al rinascimento, fino ad un Novecento, che contiene, nella retorica formale, il presagio malinconico ed inquietante di una sconfitta.
Nell’Ancona fotografica di Sauro Marini, letta in bianco e nero, ci sono silenzi e solitudini, brucianti luci estive ed oblique sferzate di bore invernali.
Non è protagonista, per ora, il mare. Ma, come sempre ad Ancona, si sa, che il mare c’è. E’ dietro una colonna, dietro un muro di mattoni, o dietro il marmo di un terrazzo vanvitelliano. Certamente, con una presenza muta e incombente il mare è dentro i riflessi del vetro di una finestra o nei chiarori che accarezzano le pietre scolpite. Per avvertire la presenza di questo mare segreto, più interiore che esteriore, basta essere di Ancona.


Claudio DesideriGiornalista
“Ancona BIANCOsuNERO” Le luci e le ombre di una città.
Immagini velate di riflessi, particolari minimalisti, luoghi fantastici, luci ed ombre di Ancona che riescono a far pensare ed emozionare in malleabili sensazioni: le foto di Sauro Marini.
Dopo il primo sguardo veloce, attirato dai bianchi e dai neri, si percepisce immediatamente l’anima che l’artista ha voluto imprimere ad ogni immagine.
L’arte è sempre capace di dare forti emozioni e far assaporare quello che l’autore ha voluto cogliere e comunicare con il proprio linguaggio. Ora dinanzi a noi vi è la scoperta di una città, del suo carattere, della sua storia.
Una avventura millenaria che ha lasciato un segno indelebile nella sua struttura e che la macchina di Sauro Marini è riuscita a cogliere per trasformarla in immagini. Una storia che comprende anche le profonde trasformazioni in atto fatte di costruzioni, ricostruzioni e sostituzioni.
Strade che cambiano il loro profilo, i confini della città fatti oggetto di nuove espansioni. Tutto questo come segno di vitalità. Di sguardo al passato ma anche di proiezione verso il futuro. Le immagini non risultano mai schiacciate nella carta ma lasciano emergere una luce tridimensionale che evidenzia particolari, linee, figure plastiche. Una luce che trasforma monumenti, strade, palazzi che da creature immobili del nostro paesaggio urbano divengono per incanto creature,o parti di esse, vive e mobili. Le foto di Sauro Marini hanno il potere di dare vita alla plasticità dell’architettura cittadina come a sanare la voglia antica che ogni progettista ha di vedere viva, in movimento, la sua idea.
Più vicine alla poesia che alla pittura le foto di questa mostra portano a scoprire una Ancona diversa,e in alcuni casi mai vista sotto questa angolatura, in una avventura che può apparire a volte reale e concreta e a volte fantastica e surreale.
In queste foto i ricordi ritornano, le speranze si moltiplicano e noi pur immobili iniziamo a viaggiare alla ricerca di sensazioni e di emozioni. Viene quasi la voglia di tornare in certi luoghi, dove molte volte si è passati, per cercare di scoprire quel particolare troppo spesso trascurato, e ritrovare in certe ore del giorno quella luce sulle pietre che riesce a riempirti l’anima.
Un particolare che Sauro Marini è riuscito a cogliere per noi, per insegnarci che la vita è anche qualcos’altro. E’ quel qualcosa che l’autore, nel suo vivere la città, ha scoperto, interpretato e cercato di rubare al tempo, per bloccare attimi di sensazioni imprendibili. Attimi che ora sono fermi per sempre e attendono di essere scoperti, ammirati e gustati.
Buon viaggio quindi a chiunque si appresta a conoscere questa “Ancona nuova” perché come da ogni viaggio ne tornerà rigenerato e con un bagaglio di emozioni, di ricordi, di esperienza di vita.


Cristina GioacchiniGiornalista
Sauro Marini ama chiamare la sua passione, la fotografia, “un’avventura” i cui episodi fermano racconti sussurrati in interni e tra gli angoli di un’Ancona inedita, parole ad evidenziare l’altra faccia del tutto, il lato nascosto, quello che esce dalla consuetudine, dal provincialismo d’immagini, pur mantenendo il canone classico delle architetture.
È l’effetto della prospettiva pressocchè forzata che porta a ragionare sull’essenza delle cose; penso alle sfaccettature della fotografia, a quelle dell’arte, della vita.
Monumenti che diventano d’incanto ‘altri’, imponenti e minacciosi e nello stesso tempo illuminati da una luce illuminante.
Colpisce il particolare in primo piano che è quello che di norma, nel cliché della grande catena di montaggio che è l’esistenza, è un dettaglio, mentre il soggetto dell’oggettivo si percepisce nello sfondo, quasi a sottolineare la molteplicità delle tante ombre che vivono tra le pieghe del racconto.
Mai titolo fu più azzeccato per una mostra, “Prospettive d’ombra” e, aggiungerei, ‘di luce’, il contrasto necessario per leggere nella giusta ottica le foto di chi è all’evidente ricerca dell’arte nell’arte.
È come il gioco continuo ed incessante delle nuvole, è come ogni attimo, disuguale al successivo, un mondo in cui vale la pena perdersi.
Un accesso facilitato per chi ha la propensione a volare, ma ugualmente interessante e di stimolo per chi ad oggi non ha osato uscire dalla spiaggia sicura che è il provincialismo d’immagini.
Ed è questa la riflessione di chi suole perdersi nell’avventura, di chi ama l’arte e nella lunga convivenza con questa eccezionalità, fuoco per l’anima, cerca senza tregua, tra le sue innumerevoli pieghe, quello che a volte le parole non dicono.


Antonio Luccarinigià Assessore alla Cultura del Comune di Ancona
Le fotografie di Sauro Marini sono costruite seguendo i dettami di una poetica fondata sull’uso del frammento, del dettaglio; l’impostazione di una tale poetica ricerca l’impatto frontale per arrestare ogni cristallizzazione storica e narrativa ed annullare la profondità, imponendo, così, allo spettatore una sorta di trasfigurazione visionaria.
Le inquadrature tagliate da linee oblique o orizzontali hanno una definizione compositiva piena, da dipinto; ma la focalizzazione dei dettagli, che impedisce la comprensione percettiva dell’intera realtà contestuale, sia di un monumento, di un luogo di lavoro, di uno spazio quotidiano, impedisce la comunicazione diretta e lascia l’atmosfera in parte misteriosa e come in uno stato di sospensione.
Evidenziando la grana dell’immagine e il fattore luminosità, l’autore ci fa sentire, anche sotto il punto di vista tecnico, la “pelle” dell’immagine, per cui finiamo per essere messi a contatto di una superficie e subirne, così, quasi una cattura, se non un’aggressione.
La mancanza di orizzonte porta ogni elemento emergente a pura frontalità: questo produce una sorta di sistema aperto che non vuole raggiungere definitezze o certezze conoscitive.
Da una parte è come se ci fosse l’esigenza di una ricomposizione geometrica rigorosa e astratta, dall’altra invece si insegue una sorta di sospensione, come se quei dettagli catturati dall’obiettivo, fossero l’unica possibilità di una selezione razionale del reale, gli ultimi frammenti di una visione ordinatrice delle cose.


Alvaro Poggiani Fotografo
Di solito si guarda – quando e se si guarda – in modo casuale e non organizzato, vedere e soprattutto saper vedere non è da tutti e non è mai univoco.
Sauro Marini guarda, vede, e ci permette di vedere, in un modo diverso, personale, ed estremamente “suo”.
Potremmo, all’inizio, non essere d’accordo con il suo modo e non accettare le sue proposte; potremmo rifiutare di farci prendere per mano dalle sue immagini e dalle sue visioni, potremmo essere spinti dalla voglia di camminare da soli durante quei viaggi organizzati, ma ci accorgeremo ben presto che non siamo – e non saremmo stati – in grado di scoprire ciò che non avremmo saputo vedere.
La fotografia di Sauro Marini è un viaggio oltre il formale e oltre l’apparente, le sue immagini sono istantanee di un viaggio attraverso e dentro il circostante.
Le linee, le forme, i volumi che ci presenta sono le componenti di ciò che vediamo o che abbiamo guardato senza riuscire a vedere.
Siamo portati a considerare le immagini di Sauro Marini quasi semplici, quasi facili, quasi elementari, tanto ci appaiono e ce le fa apparire familiari ma che noi, forse, non saremmo riusciti a vedere mai.
Il saper entrare dentro ed il penetrare oltre alle cose in modo così semplice, così facile, in maniera così elementare come sa fare Sauro Marini è come un dono, non è da tutti.
Riuscire ad isolare le essenze, i legami, e le particolarità di una struttura senza sminuirla o privandola di valore necessita di occhio, cervello, e cuore, disposti – come diceva H.C.Bresson – contemporaneamente sulla stessa linea di visione.
Le sue interpretazioni non lasciano mai niente al caso ma non si spingono oltre l’ortodossìa, mai un virtuosismo fine a se stesso, mai un equilibrismo troppo precario, mai un esercizio di stile gratuito così tanto in voga di questi tempi.
Attenzioni rivolte prevalentemente all’architettura quelle di Marini ma, proprio perché in perfetta sintonìa tra loro e usate nelle giuste proporzioni, sono in grado di poterci offrire immagini per niente fredde, per niente aride, per niente lontane da noi ma, al contrario: suadenti, intriganti, affascinanti, e quasi amiche.
Sono immagini, quelle di Sauro Marini, che conserveremo a lungo nella nostra memoria e che ci aiuteranno finalmente a vedere.


Fabio MarianoDocente universitario, studioso di storia dell’architettura e della città
Mi interessa molto come la gente fotografa l’architettura, e non solo per ragioni disciplinari.
L’architettura ha, fra i generi fotografici, un primato invidiabile: quello di aver rappresentato il primo soggetto col quale Nicephore Nièpce impressionò in modo stabile, nell’estate del 1827 dalla sua finestra di Gras, la sua pionieristica lastra di peltro emulsionato. Allora il bitume di Giudea richiedeva almeno otto ore di esposizione alla luce: l’architettura era quindi l’unico soggetto validamente disponibile.
Oggi fotografiamo per lo più con apparecchi elettronici digitali, come fa Sauro Marini, qualcosa è cambiato? Certamente si.
In una esposizione di otto ore la luce sui tetti di Gras, ovviamente, ruotava col girar del sole, illuminando più lati delle architetture, fornendoci così – inconsciamente – non un’opera di oggettività scientifica del reale bensì la prima foto surrealista della storia: quindi un’opera d’arte.
Se qualcuno pensava forse allora che con la riproduzione fotografica sarebbe morta la rappresentazione artistica della realtà, dell’architettura, del paesaggio, ebbene si sbagliava! Il rivendicare in questi soggetti “immobili” una natura convenzionale ed antinaturalista, storicizzata e culturalmente denotata del messaggio fotografico, hic et nunc, con tutte le sue connotazioni linguistiche, è ancora un’istanza condivisa della cultura moderna. Nessuno si azzarda più – come ai tempi degli Alinari Fotografi in Firenze – di richiedere obbiettività all’obbiettivo fotografico.
Le immagini, anche nell’Architettura e nel paesaggio, devono farsi “conoscenza e poesia”, come acutamente recitava nel 1995 il “Manifesto dei fotografi” del pionieristico Centro Studi Marche di Senigallia, che tanti artisti di talento ha segnalato alla cultura fotografica italiana. Sono e devono essere ancora questi, quindi, gli estremi parametrici della critica fotografica contemporanea nell’analizzare il prodotto d’arte fotografica.
Leggendo con questa ottica le immagini di Marini ricerchiamo allora i brandelli di “poesia” che la “conoscenza” – intesa come rappresentazione obbiettiva del reale – non può da sola elevare al rango di opera d’arte.
Marini ci restituisce qui la sua interpretazione di architetture illustri del suo territorio e ne coglie scatti di memoria, brandelli di percezione che altrimenti scivolerebbero inconsapevoli fuori dai nostri files mnemonici. Inconsapevolmente, o consapevolmente, egli pone l’attenzione sul talento disegnativo e realizzativo di artisti come Apollodoro di Damasco, Luigi Vanvitelli, Guido Cirilli, Vittorio Morelli, ne sviscera i dettagli sotto la luce (come certamente ognuno di loro avrebbe voluto), rendendoli più eterni della loro obiettiva eternità lapidea.
L’Arco di Traiano, il Tempietto di San Rocco ed il Gesù, il Monumento ai Caduti, la statua di Clemente XII (del Cornacchini ma pressoché completamente rifatta e “reinterpretata” dal Morelli) – solo per citare alcuni monumenti qui fotografati – rivivono, selezionati dall’occhio rettangolare di Marini, nella loro scabra perfezione esecutiva, nelle assertive strigilature romane di marmo imezio, nelle geniali e fascinose volute barocche, nel dorico arcaico magistralmente ed ecletticamente rivisitato, nella ieraticità espressiva degli sguardi e delle posture encomiastiche. L’espressionismo turgido del bronzo zoomorfo di Trebbiani sembra acquistare un gradiente di significati che si aggiunge alla comunicazione artistica, pur debordante, voluta dallo scultore. Come anche lo spazio laconico dell’edificio della Regione Marche viene acutamente colto nei suoi tratti peculiari di esibito understatement progettuale, di rinuncia al dettaglio significante ed al disegno, come l’afasica e ripetitiva matita di Gregotti ci ha da tempo abituati.
E’ questo il valore aggiunto fornito dal sapiente occhio fotografico nel rappresentare il costruito architettonico. E’ questo l’esprimere, e non solo il descrivere, che Marini ci offre qui col suo sguardo attento e non superficiale di fotografo di architettura, uno sguardo che – come deve essere in una foto d’arte – rende superflua ogni didascalia.


Giovanna GriffoFotografa
La fotografia è lo specchio della fantasia, uno strumento per rappresentare l’immaginario.
La camera oscura non riproduce: la luce che colpisce gli amalgama delle lastre fotografiche si mescola, in misteriose combinazioni chimiche, che fanno sortire il mistero, la fotografia astratta, informale, irreale, immateriale.
Una nuova alchimia o, forse, l’immaginario è dentro il reale, mescolato ad esso: la sua ombra.
L’immaginazione è nel mondo reale, dentro l’ordinario, il quotidiano.
La nostra povera quotidianità è immersa in un fantastico mondo.
Bisogna solo mettere a fuoco bene, inquadrare correttamente e … appare straordinario come in queste fotografie di Sauro Marini, rappresentazioni d’una realtà a cui l’obiettivo ha tolto il velo sottile di quotidianità, cancellato da un leggero vento di primavera.
Così si scopre un vicolo cittadino trasformato in ali di luce, che scoprono e inventano nuovi dettagli e nuove forme, rivelandone la materia essenziale, disegnando – con la contrapposizione di luce e ombra – ritmi tonali e simmetrie.
Così si scopre l’opera figurativa di uno scultore assurgere ad una nuova visione dove le masse si trasformano ed i volumi si compenetrano per rappresentare lo slancio di una visione, che sublima quella dell’artista fino a collimare con quella del fotografo che la fa propria e la reinterpreta.
In questa metamorfosi del banale ognuno trova la forza per rianimarsi e continuare a vivere entro gli stretti confini della propria esperienza, un invito a guardare sempre il banale: a contemplare le sue ricchezze nascoste.
Talora basta spostare di poco lo sguardo per vedere oltre.
Basta inclinare la mente per scoprire altri mondi dentro quelli reali.
È sufficiente un po’ di silenzio per sentire parlare un’immagine; riaprire un cassetto abbandonato per entrare, finalmente, in un luogo mai esplorato…
La fotografia ha un proprio interno, una sua intimità.
Una foto ha tutte le dimensioni dell’esistenza.
Del resto, una foto vive, e forse racconta lunghe storie: parla molte lingue e innumerevoli dialetti.
Forse racconta a tutti qualche cosa o forse vi ritrova ciò che disperatamente cerca.
Una proiezione per le proprie rappresentazioni, talmente “vere” da appartenere a tutti, e per questo fatte di “fantasia”. Si crede, fotografando, di riprodurre il reale.
Si pensa che la camera oscura riproduca gli oggetti, ed invece racconta i sogni.
Quando si aprono o si chiudono diaframmi, si allungano o accorciano i tempi d’esposizione, si lavora sui desideri nel tentativo di delineare le immagini della fantasia.
Tra fantasia e realtà non c’è differenza, anche quando vi si frappone una macchina fotografica: dimora di demonietti che fanno ciò che vogliono, pur travestiti di tecnologia.
Sì, nella camera oscura vive un demonietto e, come nelle favole, fa ciò che vuole e talvolta riesce perfino a trasformare la realtà in uno straordinario mondo di fantasia…
Forse Sauro Marini, attraverso la macchina fotografica, dipinge mondi di sogno, intingendo i suoi pennelli nella realtà.
Questi sogni “al quadrato” diventano più veri della realtà stessa.
È questa la forza dell’astrazione.


Massimo LucinatoFotografo
L’ultima fatica fotografica di Sauro Marini si presenta come una piccola elegante galassia nella quale, a tutta prima, l’attenzione viene attratta dalle stelle periferiche che brillano isolate e per ciò stesso immediatamente identificabili.
Sono le foto in cui la rappresentazione raffinata della città, mostrata in chiaro nelle sue forme più belle e più note, prende amicalmente per mano lo spettatore per guidarlo con garbo verso la massa densa delle immagini “altre” e “diverse” che a mio parere formano il corpo ed il cuore della mostra e nelle quali si può riconoscere la vera cifra stilistica dell’autore.
Sono i suoi particolari: le pietre, i marmi, i ferri antichi che dapprima ci catturano con una loro delicata magia estetica, con le luci vellutate e le forme morbide e quindi ci seducono con rimandi culturali a Peter Greenaway, il grande regista-fotografo de “Il ventre dell’architetto” appassionato signore di luci/ombre e masse.
E infine l’ultimo dono delle foto di Sauro Marini: l’inquietudine.
Non appena la sensazione estetica si stempera nella familiarità visiva, si percepisce che una particolare vibrazione promana dal gioco plastico tra la luce e le antiche pietre, i selciati, le colonne e le volute come se tutto questo portasse in sé il senso del tempo e degli avvenimenti e quei micro-luoghi fossero in aspettativa immobile di un ulteriore, sfuggente “qualcosa”.

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